Oggi 22 aprile 2020, ricorre il 50 ° anniversario e il 51 ° rispetto della Giornata della Terra, The Earth Day, di una giornata intesa a ispirare consapevolezza e apprezzamento per l’ambiente naturale del nostro Pianeta. Il 1969, è stato l’anno in cui si è deciso di dedicare una giornata celebrativa alla Terra in risposta a una massiccia fuoriuscita di petrolio nelle acque vicino a Santa Barbara, in California.
Le Nazioni Unite celebrano questa ricorrenza ogni anno, un mese e un giorno dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile. Nel 1969, in una conferenza dell’Unesco a San Francisco, l’attivista per la pace John McConnell propose una giornata per onorare la Terra e il concetto di pace, da celebrare il 21 marzo 1970, il primo giorno di primavera nell’emisfero settentrionale. Questa giornata di equilibrio della natura fu poi sancita in una proclamazione scritta da McConnell e firmata dal Segretario generale delle Nazioni Unite U Thant, che poi venne prevista per il mese successivo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili (carbone, petrolio, gas naturali). Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo; queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate. L’obiettivo di questa celebrazione è quello di coinvolgere più nazioni possibili e oggi sono 193 i paesi che si uniscono ai festeggiamenti.
Ma al di là delle celebrazioni, quello che occorre capire e che amare il proprio Paese non significa solo prendersi cura delle sue libertà, delle sue promesse, delle sue istituzioni, ma è anche amare la terra e custodire ciò che ha sostenuto il nostro popolo sia nel corpo che nello spirito fin dai nostri primi giorni in questo vasto continente. Forse l’unica cosa positiva che ci ha insegnato questa quarantena forzata, oltre che a un briciolo in più di umanità, è la riscoperta di un’aria più pura, Il canto degli uccelli al mattino che insolitamente è diventato un piacevolissimo buongiorno. Il rumore del vento fra le fronde di un albero. Forse stiamo comprendendo che per quanto ricca e bella sia la nostra terra finora l’abbiamo trattata davvero male. Senza cura e rispetto per il suo valore. La celebrazione della Giornata della Terra nel 1970 è stata il primo riconoscimento nazionale di un percorso che ora più che mai non deve avere solo un valore celebrativo, ma deve essere un punto di partenza vero per tutti noi, di qualsiasi generazione, affinché si possa preservare e trasmettere, con fatti concreti, un amore vero verso il nostro pianeta, che dovrà diventare un’eredità preziosa per le generazioni non ancora nate.
I dati Istat
SINTESI DEGLI INDICATORI DI SVILUPPO SOSTENIBILE PRESENTI NEL RAPPORTO SDGS 2019
I dati Istat più recenti indicano una prevalenza di segnali di miglioramento delle diverse dimensioni che il quadro di riferimento del Bes sceglie per rappresentare gli aspetti del benessere connessi al paesaggio e al patrimonio culturale. Le principali pressioni del sistema economico sul paesaggio diminuiscono: l’indice di abusivismo edilizio è in calo, dopo una lunga fase di crescita interrotta nel 2015, e continua a ridursi la pressione delle attività estrattive. Nel 2018 si registra anche un impatto contenuto degli incendi boschivi, e continua a diffondersi la pratica dell’agriturismo, che rappresenta un importante presidio per la conservazione del paesaggio rurale. Resta stabile l’indicatore di densità e rilevanza del patrimonio museale (diminuiscono, di poco, le strutture aperte al pubblico, ma aumentano i visitatori, tra i quali hanno un peso rilevante i turisti), come pure non si registrano variazioni significative nella spesa dei Comuni per la cultura (ma torna ad aumentare la spesa statale). Nel campo delle percezioni, tuttavia, la combinazione di un calo della preoccupazione per il
deterioramento del paesaggio e di una crescita, seppure modesta, dell’insoddisfazione per il paesaggio dei luoghi di vita, è un segnale preoccupante, che conferma un’attenuazione dell’attenzione sociale per la qualità del paesaggio. Permangono poi ampi squilibri e disuguaglianze strutturali, che mettono in luce come il principio costituzionale della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale non trovi ancora piena attuazione sull’intero territorio nazionale, e in particolare nel Mezzogiorno.
Il confronto internazionale
Da luglio 2019, l’Italia condivide con la Cina il primato nella Lista del Patrimonio mondiale Unesco per numero di beni iscritti. Con l’iscrizione delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, il numero dei beni italiani è salito a 55, pari al 4,9% del totale. Italia e Cina sono seguite da Spagna (48 beni), Germania (46) e Francia (45). Dei beni italiani, 50 sono
culturali (di cui 27 per il tema “città” e otto per il tema “paesaggi culturali”) e cinque naturali (di cui uno per il tema “foreste”). I beni italiani candidati all’iscrizione sono attualmente 41: 28 culturali (di cui otto per il tema “paesaggi culturali”), 11 naturali e due misti. Anche nel 2017, la spesa pubblica dell’Italia per i servizi culturali (che includono la tutela
e la valorizzazione del patrimonio) è stata fra le più basse dell’Ue, con un ammontare pari allo 0,30% del Pil, la stessa quota registrata l’anno precedente. Questo valore, che colloca il nostro paese al 23° posto tra i 28 stati membri, è significativamente inferiore alla media Ue, anch’essa stabile (0,44%). Tra gli altri paesi europei comparabili per dimensioni, soltanto nel Regno Unito l’indicatore della spesa pubblica per la cultura è inferiore a quello italiano (0,25%), mentre Spagna e Germania presentano valori prossimi alla media Ue (0,43 e 0,38%), e Francia e Polonia valori molto superiori (0,67 e 0,69%). L’Italia si posiziona meglio nella graduatoria della spesa per la protezione della biodiversità e del paesaggio (che include la tutela naturalistica del paesaggio), che è stata pari allo 0,16% del Pil, contro lo 0,07% della media Ue. Sommando le due voci di spesa, l’Italia raggiunge quindi lo 0,46% del Pil, un valore non molto distante dalla media Ue (0,51%).
L’intensità di estrazione di risorse minerali non energetiche una misura della pressione sul paesaggio esercitata dall’attività di cave e miniere, è tra i pochi indicatori che consentono un confronto fra la situazione italiana e quella di altri paesi. Nel 2018 si stima siano state estratte in Italia 765 tonnellate di minerali non energetici per km quadrato, meno della media Ue (805). La riduzione dell’intensità di estrazione in Italia, verosimilmente legata alla prolungata fase di crisi del settore delle costruzioni ha prodotto un graduale allineamento del nostro Paese alla media Ue nel periodo 2009-2014, seguito da una stabilizzazione negli anni successivi.
Si consolida il trend positivo della spesa statale per la Tutela e valorizzazione di beni e attività culturali e paesaggistici: nel 2018, i pagamenti delle Amministrazioni centrali per questa missione hanno raggiunto 1,71 miliardi di euro (1,66 al netto dei rimborsi di passività finanziarie, pari allo 0,28% della spesa pubblica primaria). Un segnale particolarmente incoraggiante è la crescita della spesa in conto capitale per il terzo anno consecutivo, che riporta gli investimenti ai livelli del 2009, mentre si registra una leggera flessione della spesa corrente (-4,5%).
Nel 2017, i Comuni italiani hanno speso per la gestione di beni e attività culturali 18,8 euro pro capite: 10 centesimi in più dell’anno precedente, ma 3,5 euro in meno rispetto al 2010. Dal 2010, la spesa corrente dei Comuni per la cultura è diminuita, in media, del 2% l’anno, in contrasto con la crescita della spesa complessiva (+0,8% l’anno). La quota della cultura
nel bilancio delle Amministrazioni comunali (3,4% nel 2010) si è ridimensionata di conseguenza, scendendo al 2,8% nel 2013 e restando da allora sostanzialmente stabile, in controtendenza rispetto alla spesa dell’Amministrazione centrale per la cultura, che è tornata ai livelli pre-crisi.
Crescono anche nel Mezzogiorno le aziende agrituristiche
L’agriturismo è diventato uno dei principali motori economici delle aree rurali, che le legislazioni regionali incentivano anche come presidio dei valori ambientali e storico-paesaggistici dei territori. Nel 2018 prosegue il trend positivo del numero di aziende agrituristiche (+0,9% a livello nazionale), che raggiungono la quota di quasi 8 ogni 100 km2 di superficie. Nell’ultimo anno il numero di aziende cresce in tutte le ripartizioni, anche se con un’ intensità inferiore rispetto a quella dell’anno precedente. Al Centro, dove questa forma di conduzione agricola che concilia produzione e accoglienza è più diffusa (14,4 aziende ogni 100 km2), Toscana e Umbria si confermano le regioni con le densità più elevate (rispettivamente, circa 20 e 17 aziende per 100 km2), superate dalla sola provincia autonoma di Bolzano, con una densità 5 volte superiore alla media Italia (43 aziende ogni 100 km2, quota invariata rispetto al 2017). Diverse regioni segnano decisi miglioramenti: al Nord il Veneto, che nel 2018 si colloca sopra la media nazionale, segna una crescita del 2,5% della densità delle aziende; nel Mezzogiorno, dove gli agriturismi sono meno frequenti (3,7 aziende per 100 km2), la Basilicata, la Campania (circa + 4% entrambe) e soprattutto la Puglia, dove il settore (4,5 aziende agrituristiche ogni 100 km2) cresce del 16,5% in un anno. Nel 2019 sono state presentate 10 nuove candidature per il Registro nazionale dei paesaggi rurali storici e delle pratiche agricole tradizionali, ma non sono state effettuate nuove iscrizioni. La dotazione di parchi, ville e giardini storici è un elemento qualificante del paesaggio urbano nelle città italiane: soltanto tre dei 109 capoluoghi di provincia non hanno aree verdi riconosciute come beni culturali o paesaggistici di notevole interesse pubblico. L’estensione di queste aree di verde storico ammonta a oltre 74 milioni di m2, pari all’1,8% della superficie urbanizzata, ma in sette città, fra cui Torino, Venezia e Firenze, la dotazione è particolarmente rilevante (pari o superiore a 5 m2 di verde storico ogni 100 m2 di superficie urbanizzata). Ampio il divario fra Centro-Nord e Mezzogiorno nella spesa dei Comuni per la cultura. La spesa delle Amministrazioni comunali per la gestione di beni e attività culturali rappresenta un chiaro esempio del crescente divario che separa il Mezzogiorno dal resto del Paese. Nel 2017, i Comuni del Nord hanno speso per la cultura, in media, 24, 4 euro pro capite: poco più di quelli del Centro (23,3) ma quasi il triplo di quelli del Mezzogiorno (8,8). A livello regionale, naturalmente, la disuguaglianza è ancora maggiore: dai 4,6 euro pro capite della Campania ai 57 della provincia autonoma di Bolzano. Nel periodo 2010-2017, peraltro, la disuguaglianza è aumentata, nel contesto di una riduzione generalizzata della spesa culturale dei Comuni: i valori pro capite, infatti, sono diminuiti in tutte le regioni, ma nel 2010 la spesa pro capite dei comuni della provincia autonoma di Bolzano era circa 8 volte quella dei comuni campani, mentre nel 2017 il rapporto è stato circa di 12 a 1.
Forti eterogeneità territoriali nelle percezioni sul paesaggio
Nel 2018 il 21,4% dei cittadini giudica il paesaggio del luogo di vita affetto da evidente degrado (valore stabile a livello nazionale). Dopo due anni di flessione, questo indicatore torna a crescere soprattutto al Centro, dove oltre un quarto dei cittadini (+3,4 punti percentuali rispetto al 2017) esprime insoddisfazione per la qualità del paesaggio. L’insoddisfazione cresce, di poco, anche al Nord (+0,8), dove rimane tuttavia meno diffusa (su livelli inferiori di circa 10 punti rispetto al Centro). Nel Mezzogiorno la percezione del degrado è più elevata (26,4%), ma nettamente in calo (-2,9 punti percentuali). Questa tendenza alla convergenza è, per le regioni meridionali, un segnale positivo, in quanto contestualmente cresce, per il
secondo anno, la preoccupazione per il deterioramento del paesaggio (nel 2018 la esprime il 12% dei cittadini), in controtendenza rispetto al valore nazionale (14,1%, 1 punto in meno rispetto al 2017). Al Centro, e soprattutto al Nord, dove il 15,7% dei cittadini include il deterioramento del paesaggio tra i 5 principali problemi ambientali, il calo della preoccupazione
è invece sensibile (oltre 2 punti percentuali). Nel Mezzogiorno, quindi, una crescente attenzione alla qualità dei luoghi sembra accompagnata dalla percezione di un contenimento del degrado, mentre al Centro-Nord la minore pressione sul paesaggio (almeno nel giudizio dei cittadini) sembra tradursi anche in una riduzione dell’attenzione al problema della tutela.
L’insoddisfazione per il degrado del paesaggio è espressa dal 21,4% della popolazione nel 2018 (un valore stabile negli ultimi tre anni). La percezione del degrado è massima (e in aumento) nelle grandi città, è leggermente più frequente fra le persone più giovani e più istruite, ed è espressa soprattutto dai residenti nel Centro-Sud – anche se nell’ultimo anno l’indicatore segnala un netto miglioramento nel Mezzogiorno e un peggioramento nel Centro. Nel 2018, il 14,1% della popolazione esprime preoccupazione per il deterioramento del paesaggio (1 punto in meno dell’anno precedente). L’indicatore, una misura dell’attenzione sociale alle problematiche della tutela, negli ultimi anni è in calo in tutta Italia tranne che nel Mezzogiorno, dove, tuttavia, è assai meno diffusa (12%). Rispetto all’indicatore di insoddisfazione, la correlazione con il livello di istruzione è più marcata, mentre in relazione all’età i valori più elevati si osservano fra i più giovani (14-19 anni) e i più anziani (60 anni e più).
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